UN TRAVAGLIO DA OSCAR, DIFENDE IL M5S E FA A PEZZI I VARI PARTITI: “LA BANDA DEI DISONESTI”

CONDIVIDI SU

“La banda dei disonesti”: di Marco Travaglio

Avete finito di ridere per le polemiche dei partiti contro il Codice etico dei 5Stelle al grido di “siamo tutti uguali”? Mettetevi comodi, perché si ricomincia. Forza Italia e la sua bad company Ncd (Nuovo centro detenuti) un Codice etico non ce l’hanno, per la stessa ragione per cui non l’avevano la Banda della Magliana e il Clan dei Marsigliesi.

Invece il Pd ce l’ha. Art. 2: “Le donne e gli uomini del Partito democratico ispirano il proprio stile politico all’onestà e alla sobrietà… Non abusano della loro autorità o carica istituzionale per trarne privilegi; rifiutano una gestione oligarchica o clientelare del potere”. Art. 5: “…si impegnano a non candidare, a ogni tipo di elezione, anche di carattere interno al partito” e a far dimettere i rinviati a giudizio, gli arrestati e i condannati anche non definitivi per “reati di criminalità organizzata, terrorismo, armi, droga, sfruttamento della prostituzione e omicidio colposo per inosservanza delle norme sulla sicurezza sul lavoro”, per “corruzione e concussione” e per altri “fatti di particolare gravità” valutati caso per caso dai probiviri.

Per il M5S l’incandidabilità e le dimissioni scattano sempre con la condanna in primo grado, ma Grillo e i probiviri possono deciderle anche prima; e sono automatiche anche per chi la fa franca per prescrizione (sempre rinunciabile nel processo dall’imputato che vuol essere assolto nel merito), mentre il Pd è pieno di prescritti. Il M5S non fa distinzioni di reati (esclusi, si spera, quelli di opinione), mentre il Pd ne cita solo alcuni e quasi tutti –tranne gli ultimi due – non proprio tipici del pubblico amministratore: se uno non è mafioso, terrorista, trafficante d’armi, spacciatore di droga, pappone, assassino, concussore o corrotto, può candidarsi e restare al suo posto. Invece per i delitti più tipici, cioè finanziamento illecito, peculato, falso, truffa, abuso d’ufficio, abuso edilizio, turbativa d’asta, frode ed evasione, inquinamento, nessun problema.

L’unico punto dove il Pd è più severo è sull’incandidabilità dei rinviati a giudizio (sempre per quei pochi reati). Ma solo sulla carta, perché poi il suo Codice non lo rispetta. Nel 2015 Vincenzo De Luca fu eletto governatore della Campania pur essendo incandidabile per lo stesso Codice Pd: nella sua collezione di rinvii a giudizio, ce n’era uno per corruzione e concussione (processo Sea Park, poi finito in assoluzione). Per questo, forse, oggi il Pd e i suoi house organ bollano il Codice M5S come “salva-Raggi” (che non ha bisogno di salvarsi da nulla: non è indagata e nemmeno prima gli indagati M5S dovevano dimettersi).

Quando devono salvare uno dei loro, i pidini non modificano il loro Codice etico, ma si limitano semplicemente a ignorarlo. In base a quello dei 5Stelle, De Luca avrebbe dovuto dimettersi già nel 2010, quando intascò la prescrizione in appello, dopo essere stato condannato in primo grado per smaltimento illecito di rifiuti sulla discarica abusiva e inquinante di Ostaglio. Reato ambientale come quello contestato all’assessora Paola Muraro. Ma molto più grave, visti i danni alla salute di 50 mila cittadini salernitani che, quando la discarica abusiva andò in fiamme, respirarono la nube tossica. Eppure la Muraro s’è dimessa appena raggiunta dall’invito a comparire.

De Luca invece è ancora lì, con la sua bella condanna prescritta. Il che dovrebbe suggerire a chi dice ai 5Stelle “siete come noi” un minimo di prudenza, o almeno di pudore. Ma un partito che respinge “una gestione oligarchica o clientelare del potere” non avrebbe bisogno di indagini giudiziarie per mandare a casa De Luca. Dovrebbe bastare l’audio del suo comizio di novembre davanti a 300 amministratori campani, istigati a “fare clientela organizzata, scientifica, razionale come Cristo comanda” per portare migliaia di Sì al referendum in cambio dei “fiumi di soldi” in arrivo dal governo.

Qui purtroppo manca lo spazio per citare i cento e più pidini inquisiti, imputati, condannati e prescritti in Parlamento, al governo e negli enti locali. Basta e avanza, per smentire la leggenda del “tutti uguali”, quel che è accaduto a Palermo per le firme ricopiate sulla lista dei 5Stelle alle Comunali 2012: caso che troneggiò in prima pagina per settimane, diversamente da quelli delle firme false dei partiti in tutt’Italia (a Bergamo il presidente Pd della Provincia ha addirittura patteggiato per firme false). I deputati indagati Nuti e Mannino sono stati sospesi dai probiviri M5S non tanto e non solo perché sotto inchiesta, ma perché si sono avvalsi della facoltà di non rispondere davanti ai pm. Il che è un loro sacrosanto diritto di cittadini, ma anche “un comportamento non conforme ai principi del Movimento”.

Un politico che si professa innocente deve correre dal pm, perché ha doveri di trasparenza supplementari rispetto ai passanti. Negli stessi giorni, al processo Mafia Capitale (non su firme ricopiate, ma su gravissimi fatti di criminalità organizzata e malaffare), il governatore Pd del Lazio Nicola Zingaretti, indagato per due corruzioni con richiesta di archiviazione, e altri esponenti dem si avvalevano della facoltà di non rispondere. E tutti zitti. Le parlamentari Pd Micaela Campana e Daniela Valentini invece rispondevano, ma con una tale serie di bugie e “non ricordo”da indurre i pm a chiedere gli atti per falsa testimonianza. E tutti zitti. In compenso il sindaco Ignazio Marino fu sfiduciato per qualche cena a spese del Comune. E la consigliera comunale Nathalie Naim, nota per le battaglie anti-abusivismo, è stata buttata fuori dalla lista Giachetti perché indagata per diffamazione su querela dei bancarellari del Tevere. Mica si chiama De Luca, la manigolda.

Tratto da: https://infosannio.wordpress.com/2017/01/05/la-banda-dei-disonesti-di-marco-travaglio/

POTREBBE INTERESSARTI

Leggi anche

loading...
loading...

CONSIGLIATI PER TE

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*