“SE VINCERANNO I 5STELLE MI SPARO”: COSI’ PARLA NATALIA ASPESI, LA LECCAPIEDI STORICA DELLA SINISTRA. E SU RENZI? ECCO COSA HA IL CORAGGIO DI DIRE

Prima immagina quello che considera lo scenario peggiore: “Se vincono i 5 stelle, mi sparo”. Poi, consapevole che aizzerà gli insulti, alza lo scudo dell’ignoranza: “Per fortuna non so navigare sui social network, perciò non li leggerò”. L’ironia è una delle lingue con cui Natalia Aspesi – giornalista e scrittrice – sa raccontare meglio quel misterioso territorio che è il costume italiano, con i suoi piccoli cambiamenti di gusto e le fascinazioni improvvise, le bizzarrie e l’eleganza, lo stile e le sue cadute, con lo sguardo sempre posato su ciò che si vede a occhio nudo, poiché – come diceva Hegel – “non c’è nulla di più profondo di ciò che appare in superficie” e, a lei, più di tutto, “è sempre interessato raccontare la vita, soprattutto quella degli altri”.

“La carriera politica di Matteo Renzi – dice – è stata così violentata che ormai non lo voterà più nessuno. Forse fra dieci anni, sempre che l’Italia non sia ancora diventata una dittatura fascista come tutta l’Europa, potrà tornare. Ma se lui oggi pensa di poter vincere, significa che non conosce come sono diventati gli italiani: più poveri e più incazzati”.

Anche lei è stata povera.
Mio padre è morto quando avevo quattro anni, mia madre era una maestra di scuola elementare. Al pomeriggio andava a dare lezioni private. Per non lasciare me e mia sorella sole a casa, ci accompagnava al cinema Magenta a Milano, dove continuavamo a vedere vecchi film dell’epoca fascista finché non passava a riprenderci. Così mi sono appassionata al cinema.

E il giornalismo?
Ho fatto il liceo artistico perché a diciassette anni mi avrebbe consentito di lavorare. Facevo l’impiegata in un ufficio che vendeva macchine per fare i formaggi quando un amico che lavorava alla “Notte” mi disse: ‘Scrivevi delle lettere così belle, perché non provi a scrivere anche tu?’. Mi presentai al giornale e mi inviarono a scrivere un reportage sui cani di Bellagio. Mentre prendevo appunti capii che raccontare le cose che avevo di fronte mi avrebbe dato felicità. Non ci avevo mai pensato prima, ma da allora non ho più smesso.

Le venne tutto semplice?
Dopo un anno che collaboravo al giornale, mi chiamò l’amministratore delegato: ‘Non credere che ti assumeremo – mi disse –, non prendiamo donne’. Per fortuna, subito dopo Adele Cambria se ne andò dal “Giorno” e mi chiamarono per sostituirla. I primi sette mesi mi assunsero come impiegata, poi mi fecero subito inviato: non perché mi reputassero brava, ma perché non volevano donne tra i piedi.

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